La pittura talvolta prende strade nascoste che costeggiano sentimenti e paure profonde, il lato della pittura solare spesso presuppone il suo contrario, in un confronto a distanza che non ha vincitori né vinti, ma che soprattutto serve ad arricchire l’opera attraverso la stringente poetica costruita dall’artista. Così dipingere ormai è una pratica liberata da ogni pudore e soprattutto, dopo la negazione novecentesca si affaccia a territori subliminali, in cui tra visibile e invisibile si instaura un legame profondo quanto evocativo.
Del resto a questo serve l’arte. A far emergere il nascosto sentimento delle cose, i segreti celati dietro l’apparenza. La pittura di Antonietta Corsini attinge a questo patrimonio di coscienza e di conoscenza celato in questo diaframma, nel colore opalescente, nelle diafane apparizioni figurali. L’artista dimostra una particolare capacità ed esperienza, nonostante la giovane età, nel saper creare un universo magico in cui i paradigmi dell’informale e le necessità della figurazione trovano una sintesi che è certamente equilibrio, senza essere mai scontata. Su tutto prevale una atmosfera aurorale e segreta, come di un universo che si dischiude lentamente alla vita. Sono visibili dei veri e propri stadi di avanzamento di una luce cangiante che colpisce lo spazio pittorico e gli dà vita. In questo modo i valori tonali non hanno mai una finalità semplicemente autoreferenziale, ma dialogano con un percorso visivo che non conosce soste. Il segno agisce progressivamente e sempre accompagnato dal colore da cui mai si dissocia, se non per brevi ed episodiche occasioni. Ma soprattutto è estremamente interessante questa capacità della Corsini di mettere insieme generi pittorici differenti oppure di andare in una direzione in cui gli elementi ritmici e decorativi trovano una soluzione all’interno dell’opera e non si situano mai al suo esterno. L’artista distribuisce questa modalità facendo in modo di creare un tempo di attesa che è mistero e sospensione.
In questo si legge certamente una certa memoria di elegiaca bellezza, quasi una forma di adesione ideale ad una visionarietà che ha origini nella pittura tardo ottocentesca, venata di sfumature ideali e adornata di simboli raffinati e malinconici. Ma invece l’artista non cede mai alla tentazione della citazione, correggendo, soprattutto attraverso un attento pattern pittorico, ogni inflessione storicistica. Per questo i quadri della Corsini vanno letti con occhi contemporanei. Non vi sono tendenze a semplificare una lettura che si richiama, nella sua semplicità, a quella pittura che non ama nascondersi, ma che anzi sa richiamare il segreto della forma, l’essenza del colore che si fa materia. Ed è questo affondo nell’originario, cioè in ciò da cui ogni cosa ha inizio, che si decide il destino di questi lavori che hanno il segno dell’apparizione, ma che sanno porsi anche in una dimensione di scoperta attraverso un procedere pittorico che somma la pittura alla sua negazione, che aggiunge, togliendo. Si protrae il senso di una infinita riscrittura dell’arte che si fa strumento, non solo in nuove apparizioni, ma anche della certezza che non vi sono dati definitivi attorno alla poetica, quanto piuttosto degli episodi da colmare con il vuoto dell’attesa. Tale sospensione in Antonietta Corsini equivale anche a una messa tra parentesi della parusia, come figura retorica oltre che come stato di fatto (si potrebbe dire esistenziale) della pittura stessa. Se non vi è nessuna latenza, nemmeno la superficie si increspa di senso. Allora queste opere assumono non il significato di svelamento, quanto di eterna certezza che la pittura non può descrivere il mondo, ma deve invece occuparsi di ciò che è nascente, aurorale, segreto. Solo così la regolarità dei ritmi visivi, la materialità del colore, trovano accordi con la luminescenza diffusa. E’ un riverbero di un’essenza e di una spiritualità che deve ancora maturarsi nella ricerca, ma che ha le premesse di un’alba di luce.

VALERIO DEHÒ